“TI LASCIO PERCHE’ TI AMO TROPPO” ovvero l’efficacia intramontabile delle frasi fatte preferite dagli uomini.

Oggi la mia malinconia ha raggiunto i livelli d’allerta, questo maledetto binomio “traffico-pioggia incessante” mi destabilizza, credo che la meteoropatia sia indubbiamente una delle disgrazie più grandi che mi siano mai capitate.
Certo posso ritenermi fortunata, eppure, in giorni come questo, non riesco a fare a meno di produrmi in lamentele continue e riflessioni scatologiche di dubbia utilità, come: la calvizie di Jude Law è o non è un accadimento che dovrebbe turbare gli animi di tutte noi? O ancora: ma Lana Del Rey sarà mica imparentata con Jessica Rabbit? Ma soprattutto: tasseranno anche i respiri che facciamo? Beh, nulla di particolarmente brillante, ne convengo, tuttavia non posso evitarlo, continuo giornalmente a dare sfogo a questo mio stolido “stream of consciusness”.
E così, stamattina, mentre ero ancora sdraiata a letto con il piumone tirato fin sopra le orecchie, mi sono posta l’ennesima domanda inutile: qual è l’argomento più ricorrente nelle conversazioni con le mie amiche?
E serviva chiederselo? Gli uomini, ovviamente!
Non importa quante lauree tu abbia, non importa se parli tre lingue, gestisci un lavoro, una casa, due figli, se fai quadrare i conti, stiri le camice e hai appena ottenuto una promozione, che tu abbia quindici, trenta o quarant’anni restano un chiodo fisso.
Ammettiamolo, il momento più atteso della settimana è il venerdì  sera, quello dell’uscita fra donne, quello che per quanto ci si riprometta che no, stavolta non si parla di loro, volente o nolente si finisce sempre lì. Ore e ore passate a sragionare, a fare supposizioni su quanto lui ci ami ma abbia paura di aprirsi, su quanto siamo sicure che i suoi comportamenti  da stronzo siano del tutto inconsci e che lui non abbia la minima intenzione di ferirci. Ciò che è davvero disarmante è che saremmo in grado di chiamare in causa perfino un’infanzia difficile e una madre del tutto screanzata pur di giustificarli.
La mia domanda è: perché lo facciamo? Perché?
Ditemelo.
Potrei elencarvi su due piedi almeno una decina di nomi di donne intelligenti ed affermate, che nonostante la loro tenacia ed il loro successo, si fanno tenere in scacco da uomini che non possiedono nemmeno un decimo del loro carisma. Perché?
Beh, io ci ho pensato un po’ su e credo di aver trovato la risposta.

È per il “ti lascio perché ti amo troppo”.

È per il “non sei tu, sono io”.

È per la totale mancanza di fantasia dei nostri innamorati che ci propinano da anni e anni le solite frasi fatte; la prima volta che le abbiamo sentite ci sono sembrate poco credibili e forse anche vagamente canzonatorie, ma poi, come con tutte le cose, ci abbiamo fatto l’abitudine e anzi hanno addirittura cominciato a sembrarci sensate.
Sì, è da qui che è partito tutto, è così che abbiamo cominciato a berci tutte le loro scuse più patetiche, a ripeterci che un fondo di verità forse c’era e che in fin dei conti anche noi dovevamo ammettere i nostri sbagli e dar loro un’ultima possibilità.
Li giustifichiamo sempre e comunque, anche quando una giustificazione non c’è, nemmeno a cercarla con tutti gli sforzi del caso, e allora cosa facciamo? Ripeschiamo ed interiorizziamo le loro stesse frasi fatte, e quel che è esilarante è che ci crediamo davvero che siamo state mollate per i suddetti motivi.

Magari mi sbaglio o magari no.
Vi chiedo solo un favore, se dopo aver letto le mie parole, vi siete ritrovate ad annuire compulsivamente pensando “Mio Dio, quant’è vero!” fatemi una promessa.
Giuratemi su quanto avete di più caro che la prossima volta che un uomo cercherà di chiudere con voi servendosi di queste parole: “Sei troppo per me, vedrai che un giorno troverai qualcuno in grado di amarti come meriti”, voi non lo abbraccerete con la lacrimuccia, supplicandogli di farsi forza, non lo lascerete uscire candidamente di scena facendovi credere che infondo è colpa vostra.
Promettetemi che lo guarderete dritto negli occhi e direte semplicemente: “Hai proprio ragione, sono davvero troppo per te, ma non ti crucciare, sono sicura che presto lo troverò l’uomo che merito. Ti tengo aggiornato.

;)

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She’s always a woman.

Ebbene sì, dopo averci tanto rimuginato sopra ho deciso di dedicare qualche riga alla festa della donna.
Un argomento originale, lo so.
Quello che mi preme dire è che non potevano aspettarselo. Avete sentito bene. NON-POTEVANO-ASPETTARSELO.
Chi?
Ma come chi?
Le donne di un secolo fa.
Dicevo, loro non potevano aspettarselo, mentre lottavano con le unghie e con i denti contro le discriminazioni di genere in ambito lavorativo, e non potevano aspettarselo neppure quando hanno denunciato le violenze e gli abusi di cui erano vittime o quando sono scese in piazza per ottenere il diritto di voto.
Come avrebbero potuto anche solo immaginare che a distanza di poco più di un secolo saremmo arrivate qui, a fissare in un misto di rassegnazione e incredulità: la farfalla di Belen.

Ed ecco che ci sono cascata. La seducente trappola del moralismo. E però non ho iniziato questo post con l’intenzione di redigere il vademecum dell’impeccabile donna moderna, perciò bando alle ciance.
Piuttosto, quello che mi stavo domandando è: come guarderebbero a noi, donne d’oggi, le donne di un secolo fa?
Io, fossi in loro, almeno un pizzico di disappunto ce l’avrei negli occhi, perché, parliamoci chiaro, le donne di ieri sono quelle a cui dobbiamo tutto: la nostra indipendenza, il ruolo all’interno della famiglia e della società, la nostra istruzione, le condizioni lavorative. E infatti, a ben vedere, l’otto marzo celebra tutte queste conquiste, celebra i diritti delle donne. Ed ecco perché rimango attonita constatando che il suo significato è stato orami del tutto stravolto.
Negli ultimi anni la festa della donna è diventata un pretesto in più per rifilare i figli al marito e uscirsene con le amiche. Ora, io lo so che essere madri e mogli non è sempre facile e che trasformarci una volta all’anno in Cenerentola, ci fa sentire bene. E so anche che quell’attimo in cui svestiamo i panni di casalinghe disperate e ci tramutiamo in principesse tirate a lucido, ci fa ringiovanire di almeno dieci anni, però abbiamo il dovere di ricordarci come tutto questo ci sia ora possibile.
Un grazie va alle donne di ieri e un promemoria va rivolto a tutte noi: il lavoro che loro hanno iniziato non è ancora finito.
Ci sono donne tutt’ora maltrattate in famiglia, discriminate sul lavoro, donne che crescono i loro figli da sole, che fanno i salti mortali per pagare le bollette. Ci sono quelle che fanno il doppio turno e quando arrivano a casa preparano la cena, cambiano pannolini, controllano i compiti e fanno la lavatrice. Ci sono donne che dopo tutto questo hanno ancora un po’ di tempo per amare proprio marito. E infine, ci sono quelle che trovano la forza anche per amare se stesse, guardarsi allo specchio, mettersi il rimmel, pettinarsi i capelli e uscire di casa per affrontare una nuova giornata.
Queste sono le donne che vanno celebrate.
Quelle che anche se inventassero le giornate di quarantott’ore non sarebbe comunque abbastanza.
Quelle che non si lasciano comandare a bacchetta dai propri figli.
Quelle che al proprio marito ci si oppongono, se necessario, e gli fanno pure stirare le camicie.
Sono le donne che mettono passione in tutto quello che fanno.
È per loro che esiste l’otto marzo ed è a loro che dedico questa canzone.

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Vorrei dire due parole su Lucio Dalla…

Ve lo giuro, ci ho provato con tutta me stessa a trattenermi.  Sono giorni che mi mordo e mi rimordo la lingua, e però quello che continua a tormentarmi è: quando, come e perché.
Ditemelo.
Quando, come e perché l’orientamento sessuale di Lucio Dalla è diventato una questione personale per mezza Italia?
Spiegatemelo per favore, perché da sola non ci arrivo.
Chiariamoci, non è che non ci abbia provato, mi sono spremuta le meningi, ma niente.
Buio totale.

Per chi non avesse seguito la vicenda, il problema sarebbe che non ha fatto outing pubblicamente.
Sapete cosa penso?
Penso che vorrei essere americana in questo momento, così potrei gridare a squarciagola: “Who cares?”
E non solo.
Penso che si stia facendo un po’ confusione: state polemizzando sulla vita PRIVATA di un personaggio PUBBLICO.
Lo so che quel “PUBBLICO”a fine frase, vi induce enormemente in tentazione, ma non fate i furbi. La vita è PRIVATA e, se il dizionario di italiano non mi inganna, ciò significa che riguarda solo il suo diretto “proprietario”. Tristemente lui non può più parlarne e questo dovrebbe essere il vostro unico cruccio, perché con lui se ne va uno degli ultimi cantautori. Ma che dico! Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, con lui se ne va  una di quelle rare persone in grado di mettere la poesia in musica e darle vita attraverso la propria voce.

Come dite? Mi sfugge qualcosa?
Ah, mi sfugge che-però-secondo-alcuni-il-suo-silenzio-è-un’-ipocrisia-bella-e-buona-che-gli-ha-permesso-di-ricevere-i-funerali-cattolici.
Io non lo so. Non ero un’amica stretta del Signor Dalla (sfortunatamente), ma vi ha mai sfiorato l’idea che lui avesse soltanto capito una cosa che a molti italiani apparentemente ancora sfugge? E cioè che chi decidiamo di amare sono affari solo ed esclusivamente nostri?
C’è un motivo se l’amore si consuma tra le mura di casa e non in televisione. E forse, se ce lo ricordassimo tutti più spesso questo motivo, l’Italia sarebbe un paese un po’ migliore.

Ci nascondiamo di notte
Per paura degli automobilisti
Degli inotipisti
Siamo i gatti neri
Siamo i pessimisti
Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

Ciao Lucio!

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“P” come “Pier Paolo Pasolini”

È il 5 marzo 2012 ed un pensiero va a lui: Pier Paolo Pasolini.
Oggi avrebbe potuto compiere novant’anni, se solo l’Italia fosse stata pronta per lui.
Era nato nell’epoca sbagliata?
No. Era nato nell’epoca giusta. Erano le persone che erano sbagliate. Anzi, non erano pronte.
Non erano pronte per la sua lungimiranza, per l’onestà intellettuale, per il suo essere anticonformista e profetico.
Non erano pronte per la sua schiettezza, né per l’audacia delle sue prese di posizione.

La verità è che gran parte degli italiani non si è sforzata di capire la genialità di un intellettuale che ancor oggi, a distanza di più di trent’anni dalla sua morte, continua ad avere qualcosa da insegnarci.

Sorprende e spaventa Pasolini. Come ha sempre fatto.

Era una figura scomoda, che non temeva di portare alla luce questioni che erano state sapientemente insabbiate.
Infiammava gli animi. Trascinava fuori dalla massa, da quello stucchevole senso di protezione che essa offre.

Non voglio dilungarmi a parlare della sua vita, delle sue opere, del mistero della sua morte. A questo ci hanno pensato libri su libri di persone molto più qualificate di me.
Ho solo una domanda che mi frulla per la testa: “E oggi saremmo pronti per lui?”
L’Italia che sogno risponderebbe di sì.
Risponderebbe che è ora di alleggerirsi le tasche al primo cestino. Gettare via il moralismo, l’apparenza e i favoritismi.
Risponderebbe che è ora di aprire la mente e metterla in moto per cercare la verità.
Ma soprattutto, risponderebbe che, alla luce di quanto ci hanno trasmesso i grandi maestri del passato, è ora di riprendere in mano la propria vita e lottare per costruire un futuro in questo paese.

(Sì, lo so che questo post poco ha a che fare con quello che è il proposito del blog e so anche che ormai è il 6 marzo, non il 5 (ragion per cui non smetterò mai di maledire la mia connessione internet che svanisce sempre nei momenti meno opportuni). Nonostante tutto mi sembrava d’obbligo rendere omaggio a colui che considero essere ed essere stato una delle figure più importanti del panorama intellettuale italiano e non solo.)

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“S” come ”SAN VALENTINO”

Ebbene sì. L’ennesimo post su San Valentino. Ma stavolta è una sorta di bilancio del giorno dopo.
Non crediate che mi sia sfuggito il vostro sorrisetto sarcastico. Come dite? Perché dovreste leggerlo? A dirla tutta non ho molti buoni argomenti per convincervi a farlo, posso solo assicurarvi che glisserò in fretta sulla parte dei luoghi comuni:
• Sì, è un argomento forse banale, forse d’obbligo.
• Sì, è una festa all’insegna del consumismo.
• Sì, svuota di senso l’amore riducendolo a qualcosa di convenzionale.
• Ed infine: sì, ci si dovrebbe amare tutto l’anno e non solo il 14 febbraio.
Per chi se lo stesse domandando, quest’anno non l’ho festeggiato. E anzi, a dire il vero, non l’ho mai fatto. Non perché non sia il tipo, quanto piuttosto perché gli uomini che ho frequentato si erano convinti che non lo fossi, perché era di gran lunga più comodo pensarla così.
Un bel risparmio di energie, soldi e tempo.
Per quel che mi riguarda, San Valentino è una festa che è sempre riuscita a farmi sorridere per via della frenesia da cui vengono colte le persone. Tutti la denigrano quando sono single, giurano e spergiurano che non lo festeggeranno mai e poi puntualmente, appena si fidanzano, si rimangiano tutto.
Mazzi su mazzi di rose, scatole di cioccolatini in quantità tale da far ingrassare tutta Italia, cene in ristoranti così lussuosi che solo per pagare l’antipasto ti piange il portafogli.
E però lasciatemi dire che il problema non è San Valentino in sé, il problema è il come lo si passa.
Ieri alcune zone della città pullulavano di insegne luminose.
“I love you so much!”
“Marry me!”
“Jim and Marta forever” .
Cartelloni pubblicitari sponsorizzavano crociere sulla Senna.
I ristoranti più chic proponevano invitanti menù a tema.
Suggestivo, romantico quanto costoso e impersonale.
Credo che San Valentino andrebbe festeggiato, perché infondo un piccolo gesto non costa nulla e può fare bene al rapporto, ma resto anche fermamente convinta del fatto che andrebbe PERSONALIZZATO.
Se davvero lo scopo della festa è quello di celebrare la persona che amiamo, allora che senso ha tutta questa ostentazione? Che senso hanno tutte queste sfavillanti impalcature montate ad arte?
Io non credo agli amori perfetti, alle coppie patinate, da rotocalco, che non litigano mai. Io credo agli amori talmente vissuti da essere sgualciti, a quelli che, anche se ci si prova, non si riesce mai a lasciarli andare.
Ed ecco spiegato perché non mi piacciono le cene nei posti così costosi che non indossi mai un vestito abbastanza elegante. Non sono da me.
A me piacciono i: “Io ci provo ad amarti nonostante me, nonostante te, nonostante il mondo.” E soprattutto i: “Io ci provo a percepirti nonostante me, nonostante te, nonostante il mondo.”
Ed ecco perché so, che se mai un giorno dovessi trovare qualcuno con cui festeggiare San Valentino, sarà qualcosa di solo nostro.
Mi porterà sul Canal Saint Martin, guarderemo l’acqua ghiacciarsi prima ai bordi, a forma d’onda, poi al centro. Rimarremmo abbracciati stretti, corpo a corpo, contro il gelo. Ci scambieremmo poche parole e molti sguardi. Ci baceremmo le labbra gelate, screpolate dal freddo mentre i gabbiani pattineranno sul ghiaccio, a due passi da noi. Poi correremo veloci, mano nella mano verso la Senna per vedere se pure quella si è ghiacciata. Con i nasi rossi e i cuori che battono forte. Con tutte le nostre imperfezioni ben in vista. Con il nostro essere umani, con il nostro essere noi.

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“A” come…e invece no. “I” come “INCONTRI”.

Avrei potuto cominciare in ordine alfabetico. Una bella “A” di “AMORE” e invece no. “I” come “INCONTRI”.
Ebbene sì. Il nostro viaggio parte dalla “I” e sapete perché?
Oggi mi sono svegliata come sempre troppo tardi, avevo ancora gli occhi incrostati di sonno che già mi è toccato farmi forza e affrontare il mattino più gelido dell’anno. Ero di malumore, perché, perché, perché…per mille motivi. Perché la mia coinquilina ha occupato il bagno troppo a lungo, perché le mie camicie non si stirano da sole, perché il sole non scaldava abbastanza, perché la metro era piena zeppa di gente. Cose così. Cose da niente.
Fatto sta che ero talmente concentrata sui miei crucci da non accorgermi di quello che stava succedendo a due passi da me.
Incontri per l’appunto. Di quelli che capitano per caso, una mattina che odi il mondo ed esci di casa spettinata. Capitano quando non stai guardando, quando rimugini distratta rosicchiandoti un indice. Capitano mentre ti stai inciampando nei tuoi stessi piedi. Oppure, come in questo caso, capitano in metropolitana, mentre stai cercando di sopravvivere all’ondata di gomitate da “Levati-di-mezzo-che-questa-è-la-mia-fermata!” e nel farlo sbuffi vistosamente in quella che è una tragicomica caricatura di te stessa.
Già. È proprio allora che capita. Nel momento meno adatto. Capita che mentre tu ne sei del tutto inconsapevole, qualcuno non riesce a svuotarsi gli occhi da te.
E così, oggi ho sentito una mano sfiorarmi appena la spalla, mi sono voltata con la tipica espressione del: “Si può sapere che diavolo c’è adesso?” ed eccolo lì. Un ragazzo con un sorriso appena appena accennato mi stava porgendo tutto impacciato un foglio di carta piegato in due, l’ho aperto e ci ho trovato un mio ritratto. Ho sollevato gli occhi e i nostri sguardi si sono incrociati. Gli ho sorriso, di un sorriso frastornato che gridava “WOW”, poi l’ho guardato scendere e allontanarsi nella jungla cittadina.
Andato. Per sempre.
Ho rigirato il foglio tra le mani almeno quattro volte, nessun numero, nessun nome. Nulla. E forse è meglio così, perché io amo gli incontri, ma non i primi appuntamenti.
Gli incontri nascono da connessioni elettromagnetiche che si stabiliscono tra le persone. Gli incontri sono irrazionali, casuali, a volte inevitabili. Alcuni muoiono subito, come in questo caso, senza darti modo di iniziare a preoccuparti dei vari ‘AVREBBE POTUTO ESSERE’. Altri crescono pian piano, germogliano in una sequenza di cene-mazzi di fiori-uscite al cinema-gelati lasciati a sciogliersi mentre si è troppo occupati a baciarsi, ma anche: litigi-gelosie-tradimenti-pentimenti.
Ci vuole coraggio per ricominciare da capo tutto il percorso una volta che si è già visto quale potrebbe esserne l’epilogo. Ci vuole coraggio per guardarsi allo specchio e farsi belle, per scegliere il vestito giusto, per presentarsi al luogo dell’incontro sapendo che lui potrebbe darci buca. Ci vuole coraggio per lasciarsi conoscere, per fidarsi di qualcuno che, per quanto ne sappiamo, potrebbe ferirci. Ci vuole talmente tanto coraggio che, ammettiamolo, chi di voi non è stato sfiorato almeno una volta da questo pensiero: quanto sarebbe più facile se esistesse un enorme garage colmo di scatoloni impolverati contenenti centinaia e centinaia di possibili storie? Quanto sarebbe più facile se noi non dovessimo far altro che cercare nel mucchio il nostro lieto fine?
La risposta è ovvia.
Infinitamente. Infinitamente più facile.
E però. Quasi mai le cose più facili sono le più belle.

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Perché non hanno inventato un dizionario dell’amore?

Questa domanda mi ha assillata a lungo, soprattutto quand’ero più piccina e mi avvicinavo affascinata ad esso un po’ come fanno i bambini con il fuoco. Poi, crescendo, ho scoperto che l’amore si vive, non si analizza al microscopio. E così mi sono lasciata travolgere: momenti belli da mozzare il fiato, incastri perfetti; quando di colpo, senza preavviso: equilibri che si spezzano, anime alla deriva ognuna per conto proprio.
Sono quest’ultimi i momenti che ancora oggi mi fanno cedere alla tentazione: desiderare che esista un dizionario d’amore tascabile, completo dalla A alla Z, da consultare in qualsiasi momento.
In cuor mio lo so che forse l’amore non si può spiegare, forse è più come un quadro puntinista, fatto di tanti pallini colorati: ciascuno imprigiona al suo interno una rosa, un litigio, un bacio, una lacrima versata; presi singolarmente non sono altro che macchie, ma guardati tutti assieme ecco che acquistano una forma ben precisa, aggraziata.
Quello che mi ripropongo di fare in questo blog è proprio raccogliere tutte le varie sfaccettature di questo sentimento incredibile all’interno di un vocabolario dell’amore, ogni post sarà articolato come se qualcuno ne aprisse a caso le pagine e ne estraesse una parola, a partire da essa svilupperò un racconto o una breve riflessione.
Che dire? Spero che vogliate accompagnarmi in questo viaggio di scoperta con le vostre opinioni e/o esperienze! :)

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